venerdì 8 maggio 2009

Tunisia

Ho contratto il Mal d’Africa. Quella acuta nostalgia di uno spazio - tempo diverso. Uno spazio enorme, ma ancora di più un tempo dilatato che ci contagia e ci libera almeno per un po' dallo stress dei nostri ritmi.
Come si può raccontare una esperienza indescrivibile? Forse solo attraverso una serie di flash, di cartoline che affiorano alla memoria e che, tornati alle nostre lande ed alla nostra fretta, più che vissute ci paiono sognate. 
Intanto l’emozione di un viaggio iniziatico com’è il lento avvicinamento della nave e l’avvistare le coste dell’Africa. Con una forzata licenza poetica l’Africa inizia dove la strada si fa dritta, senza curve fino all’orizzonte. Una larga pista, asfaltata solo al centro, e i cui larghi bordi polverosi confinano con campi che da verdi vanno via via assumendo il colore ocra del deserto, e dove pini e ulivi lasciano a mano a mano il posto a alberelli tozzi prima e cespugli poi, fino ad farsi infine inghiottire dalla sabbia. Sotto gli occhi scorre una serie senza fine di emozioni che meriterebbero tutte di essere fotografate, ma siccome o si viaggia o si fotografa, non ci si può fermare ogni cinque minuti (specie dopo aver sorpassato un camion carico all’inverosimile o una corriera polverosa) e tante immagini restano affidate alla sola memoria. Come quella di due donne berbere vestire a colori sgargianti che cercano il riparo dell’ombra di un grando albero, o di tre donne in camice bianco (medici o che altro?) avvolte dal velo bianco. 
A proposito di velo, va sottolineato che il sottile timore di viaggiare attraverso un paese islamico, con tutto ciò che ai nostri occhi di occidentali ciò ha preso a significare dal 11 settembre in avanti, viene meno non appena ci si rende conto di trovarsi non solo in un paese assolutamente laico, ma addirittura circondati da persone la cui ospitalità è pari solo alla gentilezza ed a quel genuino entusiasmo che noi abbiamo perduto da tempo. I tunisini ci stupiscono salutandoci mentre passiamo sulle nostre moto, fotografandoci con i cellulari, cedendoci regolarmente la precedenza sulle strade. I bambini ci salutano con grida d’entusiasmo davanti alle scuole, i giovani ci chiedono di fotografarsi sulle nostre moto al benzinaio, persino il più solitario dei pastori berberi alza una mano di saluto al nostro passaggio. Negli occhi delle persone che ci avvicinano alle nostre soste mi pare di scorgere quello stesso sguardo ottimista ed aperto delle foto dei nostri padri negli anni cinquanta e sessanta. Sono belli, anche: bellissimi i bambini, tanti e in qualche modo sempre diretti a piedi alla o dalla scuola - ci sono scuole in ogni paese, per quanto minuscolo e per quanto in mezzo al nulla. Belle le donne, più spesso con i capelli al vento che velate. Belli persino gli uomini. Ammirano le nostre moto, che qui sembrano ancora più grosse, e ci parlano delle squadre di calcio italiane con tanto trasporto che non me la sento di dire che delle squadre io non conosco neppure il nome. Quando mi fermo ai bordi della strada per avere bucato una gomma, un amico mi porta sul sellino posteriore della moto addirittura un gommista - e qui sono veri esperti di riparazione di pneumatici. La riparazione “a domicilio” non mi costerà più di cinque euro.

A Djerba ammiriamo le coste dell’isola, a Tataouine ci troviamo sul pianeta di Luke Skywalker con tanto di bar di Guerre Stellari a Matmata. Qui iniziano le montagne abitate dai Berberi nei loro affascinanti paesi di case scavate nella pietra; altopiani desertici dai bordi scoscesi che regalano emozioni alla vista e alla guida contro cui i nostri Appennini nulla possono. Ho ancora negli occhi una strada che serpeggia come montagne russe a destra e sinistra ma anche in alto ed in basso, e che improvvisamente si restringe per attraversare un minuscolo paese attrezzato per offrire ai viandanti acqua minerale e tea alla menta . Come non potrò cancellare l’immagine di un delizioso caffè spuntato dal nulla ad un incrocio al nascere del grande Sahara, dove senza quasi darci il tempo di scendere dalla moto una donna berbera ci corre incontro per offrirci tea e paste dolci. E da li in avanti un rettifilo infinito di ottanta chilometri attraverso il serir, il deserto di ciottoli, con il sole negli occhi fino al sorgere della città di Douz, che ci sembra bellissima, la cui oasi con l’immenso palmeto è protetto dalle dune del deserto (il sabbioso erg) da argini di palizzate di legno e sabbia. Con l’indimenticabie Douz confinano tanto le grandi dune di quel Sahara che siamo abituati a vedere riprodotto nei film, quanto il Chott-el-Jerid, il deserto di sale che sembra a tratti rosa e a tratti azzurro e al cui orizzonte si stagliano convincenti miraggi di acque in realtà assenti. Ad ogni oasi sorge un palmeto, con dimensioni che variano da minuscolo fino ad esteso a perdita d’occhio, e ad ogni palmeto sorge un centro abitato, che sia un paese minuscolo come Chebika o Tamerza o una città vera e propria come Tozeur (quella di Battiato). 
È ben vero che siamo in qualche modo colonialisti, che abbiamo in tasca dinari in un’altra scala rispetto alla gente che incontriamo, e che alla sera prima che il sole precipiti in fretta all’orizzonte troviamo il riparo in hotel a cinque stelle per ristorarci nell’acqua di una piscina; però abbiamo la possibilità di fermarci in questo paradiso solo per pochi giorni, e ci viene naturale domandarci se alla fine siamo più poveri noi, a lavorare stressati per tutto un anno per concederci un paio di settimane di ferie, o loro, che con tutta evidenza non posseggono nulla di più di quattro pareti imbiancate, ma che certo non possono definirsi poveri nella loro dignità, nella loro perfetta sintonia con la natura che li circonda, nella pulizia dei loro bambini con gli immacolati grembiuli neri o rosa. Ed è un peccato che riescano a sintonizzarsi con il satellite a Rai Uno, per sognare un mondo che non potrà mai farli felici e ricchi come casa loro.

Ho contratto il Mal d’Africa. Voglio imparare il francese, e la prossima tappa si chiama Marocco.

giovedì 23 aprile 2009

erano aaaanni



"Erano aaaanni che non mi divertivo così" 

Si celebrano i vent'anni di uno dei rari film italiani generazionali: Marrakech Express. Un film che raccontava di noi trentenni di allora (noi che oggi siamo approdati ai cinquanta). C'è un modo migliore di festeggiarlo che con un viaggio a Marrakech (o quasi) ? Il viaggio in moto in Marocco è un mito per i motociclisti, ma non si può fare in meno di quindici giorni. Con una settimana a disposizione si può ripiegare sulla più vicina Tunisia. 
Così ho colto l'occasione, messo a punto la moto, preso le ferie e mi sono iscritto allo Stelvio Ride in Tunisia per il ponte del 25 Aprile. E quando sono stato avvisato che il Ride era spostato all'autunno (per carenza di iscrizioni: per forza, è stato organizzato praticamente in gran segreto!) ormai l'energia era tanta che, dopo una breve ricerca sul web, mi sono aggregato al tour della Tunisia organizzato negli stessi giorni da Motorrizonti
Sabato caricherò la moto, prenderò la Val Trebbia fino al Porto di Genova e poi via su un cargo per la Tunisia (ok, un traghetto veloce...). Montagne del sud, deserto del Sahara. 
Appuntamento su questo blog. Se fra dieci giorni non leggete niente, venitemi a cercare. 
Come in Marrakech Express.


martedì 31 marzo 2009

Val di Ceno


C'è una modesta valle nell'Appennino Parmense che pure ne rappresenta il cuore. È la Val di Ceno, regno di sua maestà il maiale, attraversata da un fiume che è poco più di un torrente in un greto di sassi, che proveniente dal Monte Penna si getta nel più blasonato Taro. La Val di Ceno attraversa paesi ben noti ai motociclisti, come Bore, Bardi, Varano de Melegari, e si trova in qualche modo al centro di tutti i passi dell'Appennino, dal Tomarlo al Pelizzone, dalla Cisa al Brattello, verso l'Appennino Piacentino, verso la Liguria, verso Pontremoli e la Lunigiana.
Un tragitto classico è quello che parte dalla Val d'Arda, da Castellarquato a Lugagnano, da dove si snodano le curve della classica gara in salita per Vernasca. Una abbuffata di curve e una bella salita. Ancora un pieno di curve fino a Bore, e da li anche "peggio" fino al Passo del Pelizzone (1029 m) da dove il fondo stradale si fa pessimo e si scende a volo d’uccello fino alla cupa fortezza medioevale di Bardi per un dislivello di quattrocento metri, che si sentono nelle orecchie.



Da Bardi la strada di fondo valle lungo la Val di Ceno si fa splendida, correndo veloce, con larghe curve verso Varsi e poi Varano de Melegari, sede del piccolo Autodromo Paletti. Niente traffico e poche motociclette, e ci si diverte anche senza superare i 90 km/h. L’asfalto è liscio come il tappeto di un biliardo.
Da qui si potrebbe proseguire per la Cisa, o meglio realizzare un circuito verso Pellegrino Parmense lungo le curve che riportano a 410 metri d’altitudine, per chiudere ancora per Bore, oppure prendere la via di fuga verso Salsomaggiore Terme e ancora Castellarquato.

Il tragitto descritto, che abbiamo percorso qualche giorno fa trovando ancora la neve, è così bello dal punto di vista motociclistico che con gli amici ci siamo inventati una Classicissima di Ferragosto che ci piace rinnovare ogni anno a mezza estate. Ci si trova a Bardi il 15 di Agosto?

domenica 8 marzo 2009

inaugurare la SS45


Secondo me, Giacomo Leopardi era un motociclista. Magari non un velocista, ma almeno un trialista sì, perché ne Il Sabato del Villaggio descrive esattamente le sensazioni che io provo quando nell’aria frizzante del mattino mi metto in movimento sulla Stelvio diretto all’appuntamento per la partenza del giro del giorno.
Dire che questo è il momento più bello è un po’ riduttivo, ma in effetti la giornata e la gita sono tutte davanti, da vivere e da guidare. L’aria è fresca, il motore canta e la stanchezza è di la da venire. È questa la piccola grande gioia che vivo una volta di più questa mattina recandomi al meeting point, al Castello di Rivalta, con R. (Kappa Supermotard) e Alberto B. (coriaceo motociclista piemontese sulla gloriosa BMW R100 GS). Il programma era inaugurare per l’anno nuovo la regina di tutte le strade, la SS45 fino al mare, in una magnifica giornata di sole. 
Naturalmente il manico ed il supermotardista non rinunciano a farmi soffrire un po’ su una strada alternativa, stretta e tortuosa, dal lato opposto del Trebbia fino a Perino. Come se non bastasse a dar loro una mano interviene la manutenzione delle nostre strade, dal momento che la 45 fino a Bobbio è chiusa ed il traffico deviato su una pista africana tutta buche e cunette. Come da programma niente sosta per brioche e caffè a Bobbio, così per fare colazione io e la Stelvio dobbiamo attendere Ottone. 
La 45 non vale molto fino a Bobbio, ma diventa stupenda dal Grand Canyon che segue Marsaglia; poi si affronta una strada all’ombra (bagnata dalla neve che si scioglie) fino a Ottone, dopo di che si entra nel magnifico Appennino Ligure, dove scorrono rapidamente sotto gli occhi i Boschi di Rovegno, Due Ponti, il bivio per la Diga di Brugneto e infine Torriglia. Qualche chilometro dopo Torriglia è bello seguire a sinistra il cartello Chiavari, e meglio ancora sarebbe da Gattorna fare il salto verso Recco lungo il percorso di una gara di salita, fino a raggiungere il lungo mare. Invece per questa volta ci accontentiamo di arrivare a Chiavari per via diretta, pranzare sulla spiaggia - dove qualcuno già prende il sole in costume - e ripartire per la Val d’Aveto, che anche fuori stagione è magica, specie all’altezza del Passo della Forcella. A Rezzoaglio decidiamo di osare verso la Val Nure, ma giunti a Santo Stefano d’Aveto la strada bagnata ci convince a ripiegare verso il percorso classico di Salsominore, Marsaglia e di nuovo Bobbio. 
Il primo assaggio dell’anno di Appennino Ligure è stato davvero divertente; per il secondo round ci proponiamo il Passo del Faiallo. Sono invitati anche gli amici genovesi.

martedì 3 marzo 2009

più grosso è meglio è


È di questi giorni la notizia di una proposta di legge europea per limitare la potenza delle motociclette in vendita nella CE al non trascurabile valore di 100 CV. Quello della potenza è in effetti un mito duro da sfatare, ma siccome affrontare l'argomento necessiterebbe buon senso, dubito che una tale proposta incontrerà il consenso di molti motociclisti né di molti legislatori.
Storicamente sono state le moto giapponesi ad alzare l'asticella della potenza sui mezzi a due ruote, proponendo la facile equazione: the bigger the better (più grande è meglio). Senza tener conto che (a) dipende dal regime a cui la potenza viene erogata, ma soprattutto che (b) non serve molta potenza per portare un mezzo a due ruote a 90 km/h sulla strada statale e a 130 km/h sull'autostrada. 
Per metterla in altri termini di una moto andrebbe valutata la coerenza con l'uso che della moto faremo.
Ma si sa, una mente semplice vuole un parametro semplice, e i cavalli motore sono un dato numerico comprensibile anche alla mente meno scaltra. Cadono nella trappola della esaltazione della potenza inutile i motociclisti neofiti - mettendo in pericolo la propria vita - come gli esperti e soprattutto i giornalisti stessi, che costantemente si lasciano andare all'esaltazione della potenza e del prezzo delle moto, anziché valutarne obiettivamente le doti effettive. 
Di conseguenza pompano sulla potenza anche le case produttrici di moto, che finiscono per mettere in vendita mezzi più adatti a tenere la velocità di un razzo che ad affrontare lo stato del fondo stradale nazionale o un confort ed una sicurezza di viaggio adeguati.
Anni fa, nell'ambito dell'informatica, Intel dichiarò che avrebbe cessato di esaltare il tasto della velocità dei processori nella gara con la concorrenza. Oggi Intel è l'azienda che copre il 99% della produzione di processori per PC. Fossi un'azienda motociclistica europea, farei lo stesso: smetterei di dichiarare la potenza dei modelli, così come da anni si tende a non dichiarare la velocità massima raggiungibile. Credo che sarebbe un guadagno per tutti.

giovedì 26 febbraio 2009

esse emme ti



È meglio una moto che diventa un sostituto dell'automobile - grande, pesante, potente, con un comodo spazio per il passeggero e valige e bauletto per portarsi con sè la casa - o una fun bike leggera, vivace e monoposto per godere la strada? 

Forse c'è una alternativa: una Supermotard che vuole essere una Gran Turismo...


martedì 24 febbraio 2009

Val Trebbia alternativa


Pressato dalla passione Supermotard dell' "altro" Bottazzi e della sua KTM 690, queste prime uscite dell'anno sono dedicate a tortuose stradine in quota, tanto belle quanto impegnative.
Esiste una Val Trebbia alternativa, almeno sul tratto Piacenza - Bobbio, che alla più veloce, trafficata e pericolosa Statale 45 contrappone una bellezza in quota quasi dolomitica, la cui suggestione è forte, specie di questi giorni in cui si incontrano ancora aria frizzante e campi innevati. 
La possente Stelvio bianca e l'agile Kappa nero lasciano Piacenza in direzione Gossolengo (sosta per panino alla coppa alla salumeria in piazza), per tagliare il Trebbia verso la sua sponda sinistra all'altezza del Castello di Rivalta, ed imboccare la magnifica e sinuosa strada che sul lato opposto della Statale 45 conduce a Travo. Fino a qui i muscoli del bicilindrico da 1200 cc ancora un po' contano, ma è quando abbandoniamo il lungo valle per portarci in quota in direzione di Bobbiano che l'agilità e la leggerezza del Kappa prendono il sopravvento. Il percorso è tanto bello quanto la strada è disastrata, e fra crepe, brecciolino, buche e cunette ci vuole una grande attenzione e molta prudenza per non trovarsi proiettati fuori strada. Giunti alla Pietra Parcellara (836 m slm) bisogna fare attenzione ai rigagnoli di acqua che si sono fatti ghiacciati, ma l'effetto dello scollinamento è ancora una volta quello da mozzare il fiato dell'effetto "dolomiti di casa nostra". 
Lungo la morbida discesa posso seguire con gli occhi le colline ancora coperte da macchie di neve e la traccia nera del KTM che si allontana lungo la strada che serpenteggia. Mi aspetterà al bivio del Passo Caldarola, da dove si può proseguire sul crinale dell'Appennino Piacentino in ben tre direzioni: Mezzano Scotti (Bobbio, Val Trebbia), Pianello (Val Tidone), Agazzano (Val Luretta). Proseguiamo a volo d'uccello sul lato selvaggio della Val Trebbia senza incontrare anima viva fino a Mezzano Scotti, ma un po' di prudenza comunque non guasta perché la strada è stretta ed i locali talvolta guidano veloci. Per i pochi km che ci separano da Bobbio recuperiamo la SS45. 

Un tragitto che è una splendida alternativa alla 45 se non volete correre a tutti i costi e se la vostra moto è abbastanza agile. 

P.S.: da Bobbio al Penice c'è ancora molto spazio per il divertimento sul Kappa Supermotard, ed al passo ci aspettano la neve ed addirittura lo ski-lift in funzione. Sosta di rito al piazzale dello Scarpone e ritorno dal versante pavese passando per Zavattarello e Val Tidone. Lo stato della strada è addirittura da pista africana e un po' di prudenza non guasta; non a caso troviamo in ben due punti due motociclisti coricati sull'asfalto - per fortuna senza conseguenze gravi. Ormai la nostra rete stradale è diventata un percorso di Regolarità...

roadmap: Piacenza > Gossolengo > ponte sul Trebbia > Rivalta > Travo > Bobbiano > Pietra Parcellara > Passo Caldarola > Mezzano Scotti > Bobbio. In alternativa al Passo si può prendere per Pianello o per Agazzano. In questo ultimo caso bisogna prepararsi ad affrontare quattro chilometri di strada sterrata.