domenica 1 novembre 2009

i Promessi Sposi


Moto Guzzi è uno dei marchi motociclistici tricolori più stimati e più amati, forse in gara in questo con Ducati. Ma è anche un marchio in crisi economica fin dalla notte dei tempi, dai lontanissimi anni sessanta. Ha attraversato bufere di ogni genere restando aggrappata al proprio motore a V progettato cinquant'anni fa. Nel 2000 Moto Guzzi è stata acquistata da Aprilia (e quattro anni dopo entrambe le case da Piaggio), ma entrambe restarono separate in casa, una a Mandello l'altra a Noale, ognuna con i proprio modelli.

Aprilia è una ottima casa motociclistica, produce molti modelli con motori a due e quattro cilindri di diverse cilindrate e possiede una tecnologia adeguata a poter correre con molto onore in SuperBike. Ma ci corre con un marchio che in qualche modo sa di scooter.
Moto Guzzi è un marchio prestigioso e produce moto splendide, sia pure tutte legate ad un unico motore bicilindrico a V. Ma in qualche modo sa di c'era-una-volta.

Di fronte ai lusinghieri risultati tecnici ma ai deludenti risultati di vendita di entrambi i marchi, mi viene spontaneo domandarmi se non sia anacronistico mantenere separate le due fabbriche in un mercato in cui la concorrenza viene da quattro colossi del sol levante e da marchi occidentali come BMW, Triumph ed Harley Davidson.
Insomma, nel 2009 sarebbe un tale sacrilegio fondere la casa di Noale e quella di Mandello in una unica, splendida Moto Guzzi?

Pensiamo alle belle bicilindriche 750 di Aprilia.
Immaginate la naked, che oggi si chiama Shiver, un po' ripulita nelle forme, con una marmitta spostata dalla sella ad una più consona posizione bassa (magari con un bel disegno come quella di una Brutale) e con una grossa Aquila stilizzata sul serbatoio. Non sarebbe una forte concorrente per la Monster?
La Dorsoduro è già una 750 di Gran Fascino. Basterebbe l'aquila sul serbatoio, un bel colore e magari anche un modello con la ruota anteriore da 19 pollici.
Una terza 750, sul medesimo telaio e medesimo motore, potrebbe avere le forme di una agile enduro: una Stelvio Tutto Terreno 750. Una bella alternativa a BMW F800 GS e Honda Transalp.

Poi ci sono le quattro cilindri. Una SuperBike marchiata Moto Guzzi avrebbe una bella risonanza: RSV4 per pista e stradale. E magari anche in versione naked, come la Ducati Streetfighter. Come la BMW K1300 R.

Qualche ritocco non farebbe male anche alla attuale serie con motore classico a V. Le Moto Guzzi sul mercato sono tutte belle ma tutte hanno anche un piccolo motivo per non essere acquistate.
Le Breva sono belle, ma con un aspetto troppo domestico per una moto. Le 850 e 1200 hanno un brutto fanale vintage ed un manubrio da scooter. Il modello Sport 1200 è un po' troppo panciuto per essere una vera moto sportiva ed è troppo scomoda per l'uso quotidiano. E allora perché non fonderle in una unica Breva, con il fanale della Sport ed un manubrio tubolare più aggressivo, ed un bel colore rosso aggressivo?
La cilindrata 850 potrebbe avere il prezzo adeguato per tentare il mercato. Avendone voglia si potrebbe persino disegnarle un serbatoio meno panciuto e chiamarla… V8. Rossa.
Magari lasciando per l'anno successivo spazio ad una 940 nera per una vera V9 Cafè.

La Bellagio non ha avuto la fortuna di avere un serbatoio proprio. Come sarebbe disegnarne uno più sottile di quello attuale (preso a prestito dalla California) e riproporla al mercato? Black Eagle va benissimo.

A proposito di California, sento mormorare che ne è in arrivo una nuova. Può darsi, ma in caso contrario come sarebbe una Breva 1200 con valige laterali e bauletto di serie oltre ad un bel parabrezza alto? Con il serbatoio della California Stone non sarebbe una perfetta moderna California?

La Norge mi sembra perfetta così com'è, forse un po' cara -- proporzionata alla qualità ma comunque costosa. Magari fornirla di serie di valige e bauletto potrebbe aiutare?

La Stelvio. Una moto bella e ben progettata, ma anche molto grande, un TIR per grandi viaggi. Sarebbe possibile ridurla di un 10% come su un computer e dotarla di un più leggero motore 940? Avremmo un bel tris vincente di Enduro stradali: la Stelvio TT 750, la Stelvio NTX 940 e la Stelvio 1200 Gran Turismo.

Resta la Griso, la muscolosa Harley mediterranea. La 1200 8V è davvero bella, ma per molti è cara come fun bike -- certo poco adatta al turismo inadatta com'è a portare borse. Perché non provare ad ammodernare la versione 850 con lo stesso più comodo manubrio stretto della 8V?
Se poi mi avete seguito fin qui nelle mie proposte di fantasia, lasciatemi esporre la Final Fantasy: io la Griso la troverei irresistibile con un lucido 4 cilindri in linea del tipo di quelli dell'era De Tomaso. La definitiva Honda 750 Four degli anni duemila… ma qui sto correndo un po' troppo. Specie per una casa che ha sempre osato troppo poco.

mercoledì 21 ottobre 2009

Passo del Brattello


Nel cuore dell'Appennino Parmense c'è una splendida conca, rappresentata dalla Val di Ceno e dalla Val di Taro. Un triangolo geografico al confine fra piacentino, parmense e genovese delimitato dai centri di Bardi, Varano de Melegari, Fornovo, Berceto, Borgo Val di Taro, e da una serie di passi dai nomi evocativi di Tomarlo, Bocco, Cento Croci, Pellizzone, Brattello, Cisa...
Di tutti il più bello è quello che attraversa la Foresta del Brattello, che da il nome al passo che mette in comunicazione la bella cittadina di Pontremoli con Borgo Val di Taro e che segue dunque l'antica terra di Lunigiana.
Come tutti i passi, ha un verso giusto ed uno sbagliato. Il modo migliore per calcare il Passo del Brattello è da Pontremoli, proseguendo dalla bella cittadina verso l'aspro Passo della Cisa ma seguendo verso sinistra il cartello stradale dopo neppure un chilometro.
La salita al passo è interamente sotto un fittissimo castagneto. Non per niente prende il nome di "foresta". Le curve non sono interrotte neppure da un rettilineo, ma sono curve morbide senza tornanti e sotto una luce verde che colora di fiaba la strada, tanto con il sole quanto con il brutto tempo. L'unica attenzione è richiesta in autunno, ché se pure è la stagione più romantica per questo giro è anche quella con l'asfalto ricoperto di foglie morte - che se bagnate diventano davvero viscide.
Non si incrociano automobilisti lungo una strada che non va da nessuna parte, ma neanche centauri in gara: i primi preferiscono l'autostrada, i secondi il Passo della Cisa. Sotto le fronde della Foresta del Brattello incontrerete solo motociclisti in vena di turismo romantico in sella a bicilindrici GS, V-Strom, Transalp, Moto Guzzi, magari Harley Davidson.
Il divertimento è infinito, lungo una strada che sembra non terminare mai e sotto un bosco che non si dirada, almeno fino al passo vero e proprio, dove in un ambiente d'alta montagna (anche se siamo un poco sotto i mille metri) si può prendere ristoro in un bar frequentato dalla gente del luogo.
La discesa è invece all' "aperto", con lo sguardo libero di spaziare lungo la Val di Taro, e troppo presto si raggiunge Borgo Taro.

Da qui chi ha ancora voglia di curve può portarsi verso Bardi lungo la bella SP21 e poi deviare per la Val Nure (Farini d'Olmo) o la Val d'Arda (Bore > Lugagnano > Castell'Arquato).
Oppure seguire la via Fondovalle verso Fornovo (casello di autostrada) magari, ancora meglio, deviando a Solignano al cartello stradale verso Varano de Melegari lungo una cresta affascinante dove lo sguardo si perde in tutte le direzioni, e da Varano ancora verso Pellegrino Parmense e Salsomaggiore Terme.

Il Brattello può essere un buon tragitto come rientro dalla Versilia, oppure costituire l'occasione per un circuito Fornovo > Passo della Cisa > Pontremoli > Passo del Brattello > Borgo Taro > Fornovo.

lunedì 19 ottobre 2009

BMW per gioco


Dopo i modellini Moto Guzzi per la Achette, arrivano in edicola le piccole BMW in scala 1/24 da Hobby & Work. La prima uscita tocca ad uno dei modelli di maggior fascino, la R 80 GS Paris-Dakar, bianca con la sella rossa. Sono previsti trenta modellini, uno alla settimana, fra cui R 1200 GS, HP2 Sport, F800 GS...
Per il bambino che è in ogni motociclista, persino in ogni BMWista...

mercoledì 14 ottobre 2009

Passo della Cisa, Passo del Brattello


Quello che segue è un racconto del 2007, utile però ad introdurre uno dei passi più belli dell'Appennino tosco-emiliano, di cui dirò nel prossimo post.

25 settembre 2007. Il programma è per un viaggio con la moglie, con un compromesso: andremo a Forte dei Marmi, ma ci andremo in moto.
Raggiungiamo Fornovo malamente: lungo la via Emilia, e da li per questa volta rinuncio ad imboccare la temibile Camionabile della Cisa per deviare invece lungo il fondo valle fino ai tornanti (via Manubiola) per Berceto.

Temibile è l’aggettivo giusto, perché quella della Cisa è una salita aspra e dura, con tornanti chiusi in estenuante sequenza, lungo un dislivello notevole e senza il conforto di un panorama da osservare o di un paese da attraversare. Per chilometri la strada si sviluppa solo in verticale, lungo una natura brulla, senza case ma solo ruderi di case cantoniere abbandonate, con il solo conforto di qualche motociclista da salutare di tanto in tanto. Tracce di ristoranti abbandonati per una statale 62 che rincorre la storia della più celebre ed altrettanto abbandonata Highway 66 d’oltreoceano.

Giunti dal fondo valle, da Berceto al Passo della Cisa sono pochi chilometri e al passo ci fermiamo a riscaldarci al sole mentre addentiamo un panino - prima di accorgerci che al bar dall’altra parte della strada preparano un tagliere con formaggi, funghi e torta salata.
Molti motociclisti hanno un’alta opinione di questo passo, ma personalmente anche la discesa, come già la salita, non mi entusiasma. Il panorama non è straordinario e le curve strette e poco divertenti. In più ci sono motociclisti che quotidianamente prendono questa strada per un percorso di gara, mettendo in pericolo la loro vita ma anche quella del malcapitato che si trovi sulla strada nel momento sbagliato.

A Pontremoli la strada si fa dritta ma è resa noiosa da limiti di velocità inutilmente rigidi e da tanti anonimi paesini. Fino al lungomare le emozioni latitano. Sono da vedere Pontremoli (che va attraversata a piedi e non circumnavigata) e Sarzana (sempre a piedi). Valgono una deviazione anche le belle Alpi Apuane, ed una sosta a Colonnata per un panino con il lardo.

Al ritorno, dopo essermi sciroppato di nuovo la SS1 Aurelia (ma non c'è nulla da vedere, meglio prendere l'autostrada), giunto a Pontremoli modifico il programma ed invece di proseguire per la SS62 devio d'istinto a sinistra seguendo l'indicazione stradale per il Passo del Brattello. Mai intuizione fu più premiata!
La salita del Brattello è straordinaria, sia dal punto di vista motociclistico (curve aperte e strada sinuosa asfaltata di fresco) che da quello turistico: tutta la salita si svolge sotto il verde tetto della omonima foresta del Brattello.
Neanche una automobile e tanti motociclisti da salutare.
Dopo il passo (sosta con panino e caffè nel bar frequentato da montanari che ammazzano la noia del giorno festivo giocando a briscola) la strada sul versante parmigiano si fa più aperta, e lascia correre la vista per le valli.
Si arriva a Borgo Taro, dove la fondo valle veloce permette di far correre un po’ il motore. A Stazione, poco prima di Fornovo, vengo colto da raptus e prendo di nuovo per i monti, in direzione di Varsi / Bardi.
Mi ritrovo sperduto per colline dimenticate fra frazioni isolate e tante, tante, tante curve. Il divertimento dura fino a Varsi, dove mi immetto sulla provinciale Bardi > Varano Melegari. Dopo un attimo di incertezza prendo per Bore per le ultime curve (di troppo) della giornata e da Lugagnano e Castell’Arquato ritrovo traffico e civiltà.

La morale dell’itinerario è che il Passo del Brattello (con la fondo valle di Borgo Taro) è un’ottima alternativa al Passo della Cisa per raggiungere la Versilia.

giovedì 1 ottobre 2009

Corsica Tour


Quante volte pensiamo in piccolo? Come organizzare un week-end in moto immaginando un giretto fuori porta o un passo appenninico fino al mare mentre mete più ambiziose come la Corsica o l’Isola d’Elba ci sembrano progetti per le vacanze estive. E perché mai? La Corsica dista meno di cinque ore di traghetto dai porti della Liguria e della Toscana. Il week-end, magari a partire dal venerdì, è quanto basta per regalarci un viaggio in paradiso fuori stagione.
È quello che pensavo venerdì mattina alle 8 al porto di Savona mentre imbarcavo la Stelvio sul traghetto che alle 13 mi avrebbe scaricato a Bastia. Non è il mio primo viaggio nella splendida isola francese, ma il primo in moto. Negli anni passati ne avevo visitato le coste in barca e la bella spiaggia di Santa Giulia con la famiglia. Ma non mi ero fatto un’idea precisa di quello che mi avrebbe aspettato in questo magnifico week-end su due ruote.
La Corsica come me la ero immaginata corrispondeva esattamente a quella trovata imboccata la strada del nord per Cap Corse (il dito a nord dell’isola) appena sceso dal traghetto nell’inebriante profumo di mare e di macchia mediterranea del mezzogiorno assolato. Strade morbide e sinuose senza l’ombra di traffico che attraversano paesi persi nel tempo, piccoli caffé e ristorantini tanto modesti quanto carichi di fascino piantati direttamente sulle spiaggette selvagge. Una sorta di costa azzurra degli anni sessanta scampata allo tsunami del turismo di massa.
I primi chilometri da Erbalunga a Macinaggio sono di una bellezza da sogno. Quando mi fermo a pranzare sotto una veranda di fronte al porticciolo di Macinaggio mi domando perché non vivo qui. La Stelvio bianca è parcheggiata lungo la strada a fianco di altre due Guzzi, la sorella NTX e una SP 1000 bianca e rossa. Di fronte a me barche da diporto e una pentola di cozze alla marinara.
Ma già alla partenza dopo il caffè, la Corsica mi si sarebbe rivelata molto più varia e selvaggia di quanto potessi immaginare. La strada che sale tortuosa sulla montagna verso la costa occidentale del “dito”, fra mulini a vento e pale eoliche, era solo un assaggio di quanto mi aspettava. Come tutti i motociclisti apprezzo le curve e le montagne, ma devo confessare che la mia Stelvio a pieno carico con valige, bauletto e passeggero (la mia zavorrina) mi rendeva ansioso di raggiungere il lungomare sull’altro lato dell’isola.
Avrei scoperto che sulla costa ovest il lungomare non esiste, sostituito da una splendida quanto selvaggia e interminabile aspra costa a picco sul mare. La strada è la più tortuosa che abbia mai calcato, con profonde baie, baiette, fiordi a seguire senza interruzione lungo curve a 180 gradi a trampolino sul mare senza il conforto di una protezione o, persino peggio, con la protezione di un un gradino che nel caso sarebbe d’aiuto solo al salto verso l’orrido. La vista è da mozzare il fiato ma anche da far tremare i polsi; ogni volta che spingo la moto verso il mare, magari su un fondo stradale dissestato coperto di breciolino, cerco di non lasciare cadere lo sguardo verso il basso - non sempre con successo. Nei punti più tortuosi la mia velocità scende a 25 km/h, e credo non passi mai i 50. In Corsica è impossibile non rispettare i limiti di velocità!
Attraverso paesi d’altri tempi abbarbicati sulla montagna, mi fermo spesso per rinfrancarmi con un caffè, e dopo un tempo che mi sembra infinito sfioro un enorme fabbricato abbandonato che anticipa il delizioso paese di Nonza e la sua gigantesca spiaggia luccicante dai colori cangianti a causa del contenuto di amianto che veniva estratto da queste parti.
Quando il sole si fa basso sul mare arrivo al paesino di villeggiatura di Saint Florent, una sorta di Saint Tropez in chiave minore, che è l’ideale per far tappa e chiudere il primo giorno. Purtroppo ho sottovalutato le dimensioni dell’isola e il progetto è di circumnavigarla per intero, per cui devo proseguire stanco ignorando il deserto Des Agriates e L’Ile Rousse per giungere con il buio al porto turistico di Calvi.

Il consiglio che mi sento di offrire è quello di dividere il tour della Corsica in due week-end, uno per il nord e il successivo per il sud, quelle che si riveleranno le due zone più affascinanti dell’isola.
Da Calvi si potrebbe intraprendere l’attraversamento delle montagne per tornare al porto di Bastia, senza perdere la bella cittadina di Corte, nel centro dell’isola, arroccata su un promontorio, per visitarne i vicoli.

Da Calvi la strada che segue la costa verso il sud si rivela se possibile ancora più sorprendente, selvaggia e paurosa di quella compiuta fino a qui. Non è difficile identificare sulle rocce sotto la strada a strapiombo i resti carbonizzati di automobili precipitate. Non molto incoraggiante. Questa strada conduce alle Calanches, uno dei punti turistici dell’isola, dove la stradina tortuosa immersa nella macchia mediterranea attraversa rocce rosse gigantesche scolpite dal vento e dall’erosione dove senza troppa fantasia si possono intuire forme di animali.
Oltre i paesi di mare di Porto e Cargese non c’è più molto da vedere da qui fino al sud. Non la città di Ajaccio, la più grande della Corsica, di cui è consigliabile evitare il traffico.

Il sud lo inauguriamo a Propriano, una buona occasione per rilassarsi sulla spiaggia e mangiare qualche cosa, e Sartene, una città fortificata ai piedi della montagna che attraverseremo per portarci al porto di Bonifacio, sicuramente la perla della Corsica. Dopo una strada sinuosa ma più veloce e divertente, ci appare all’improvviso il mare e l’immagine della città fortificata a picco sul mare. Bonifacio vale bene una tappa, uno struscio sul lungomare, una cena in un ristorantino del porto e la visita della città fortificata. Da non perdere prima che faccia buio la vista della vicina Sardegna e, avendone il tempo, anche un giro in barca per avere l’indimenticabile visione dal mare delle sue case costruite sulle alte scogliere.

Riprendendo la via del nord lungo la costa orientale si attraversano i punti più turistici dell’isola, come la spiaggia di Santa Giulia, il paese di Porto Vecchio e il Golfo di Pinarellu. Impraticabile durante l’estate, questa strada fuori stagione diventa persino piacevole, con la tentazione ad ogni spiaggia di fermare la moto, togliersi l’abbigliamento e farsi un bagno in un mare dalle tonalità caraibiche. Almeno fino alla città di Solenzara, da dove la strada si fa prima “insipida” e quasi brutta mano a mano ci si avvicina a Bastia dove si conclude la circumnavigazione dell’isola.

Un viaggio splendido, che sarebbe perfetto in quattro o cinque giorni, ma che può essere diviso con profitto in due week-end, uno per il nord di Cap Corse ed uno per il sud. Ancora più perfetto con una leggera supermotard, come un Ducati HyperMotard 796, una KTM SM 690, una Aprilia Dorsoduro.
Io e Lalla lo abbiamo percorso in 48 ore, utilizzando praticamente tutte quelle di luce per viaggiare (e anche qualcuna di buio), con molti rimpianti, molta stanchezza ed un bell’indolenzimento al posteriore. Ma con il proposito di tornare ad un’isola persa nel tempo ma vicina nello spazio, che ci ha preso il cuore.

martedì 29 settembre 2009

Ducati HyperMotard 796


Mentre la stagione motociclistica volge al termine (ma non dimentichiamo che l'autunno è la stagione più bella per le due ruote) iniziano a "fioccare" gli annunci delle case moticiclistiche per la prossima stagione. Mi piace particolarmente quello di Ducati per la cilindrata 796 della sua HyperMotard. Mi piace perché va in una direzione che mi sta particolarmente a cuore: quella della moto un po' più intelligente. Forse ci voleva una crisi mondiale, con tutte le conseguenza sulle vendite, per porre un freno al gigantismo in atto verso moto sempre più assurdamente potenti, grosse e pesanti. Un mercato dove i 1200 cc stanno diventato una cilindrata media e dove superare i 200 km/h sembra il minimo indispensabile.
Mi piace che si ripensi la moto non in termini di moto da corsa con la targa, ma di moto adatta al proprio scopo: 750 cc, 200 kg, una erogazione morbida ed utile della potenza, un prezzo abbordabile.
Ducati ha sofferto meno di altri della contrazione del mercato, anche grazie al recente restyling della Monster (la 696), ma anche con le vendite della stessa sorella maggiore della HyperMotard. Per cui è doppiamente lodevole che proponga una moto come la 796.
Non che la HyperMotard 796 non sia una fun bike, anzi, ma ha le misure e la potenza giusta per esserlo. Mi piacerebbe vedere lo stesso, per esempio, da Moto Morini con una versione 7 ½ delle sue naked, sport e scrambler. E che si aspetta in Moto Guzzi a fondersi anche tecnologicamente con Aprilia e rimarchiare la Dorsoduro e le altre 750 cc?

lunedì 21 settembre 2009

Parco del Beigua e Passo del Faiallo


Approfitto della prima giornata fresca dopo un Agosto tanto caldo per riprendere l'itinerario lasciato a metà che avevo narrato nel post: "Verso il Faiallo con un commercialista".
Questa volta il commercialista non c'è, vado da solo per poter modulare esattamente il tragitto secondo il mio estro del momento. Il punto d'accesso ideale a questo itinerario è Ovada, cittadina ligure il cui nome è familiare per essere un casello della autostrada A26, Voltri Gravellona Toce. Infatti per non perdere tempo in trasferimenti mi porto, eccezionalmente, sul luogo proprio via autostrada. L'aria è fresca, 19 gradi, il cielo limpido, la giornata sembra perfetta. Il traffico autostradale prosegue verso Genova offrendomi un sottile piacere in più uscendo dal casello.
Da Ovada, rabboccato il serbatoio, mi dirigo in direzione Aqui Terme, sia pure per pochi chilometri. Bisogna tenere gli occhi aperti per non mancare il cartello "Parco Naturale" sulla sinistra, per lasciare la statale e infilarsi sulle stradine montane che conducono al Parco Naturale Regionale del Beigua, un'area naturale di particolare bellezza paesaggistica. Anche se la prima parte dell'itinerario corre lungo una stradina tortuosa dal fondo malmesso che segue il fondovalle di un torrente. È prudente non superare i 30 km/h perché dietro ogni curva possiamo imbatterci in un ciclista, un podista o, non si sa mai, un animale selvaggio. Il modo migliore di godersi il Parco è quello di alzare la visiera del casco, respirare a pieni polmoni e lasciare che il motore ronfi tranquillo. La parte più bella del percorso è quella finale, quando l'asfalto lascia il posto ad un sterrato a picco sulla valle, sia pure con la protezione di un guard rail (di cui farei comunque volentieri a meno) e lo sguardo accarezza gli appennini che si fanno prossimi al mar ligure. Giunti a Tiglieto ci si rende conto di non aver sblagliato strada (il dubbio è in agguato), ed al bivio con la provinciale asfaltata la direzione corretta è quella verso Urbe. La strada sinuosa, con curve aperte sotto i castagni, da fiato al motore e al motociclista fino al bivio per il Passo del Faiallo, sulla sinistra. Le vie per il Faiallo sono diverse, la più bella è quella che da Urbe prende in direzione Acquabona, proseguendo da qui seguendo l'indicazione Faiallo. Giunti al Passo (nella bella stagione, per non trovare neve: siamo a 1044 metri sul livello del mare!) non si coglie immediatamente la sua bellezza. Bisogna intraprendere la discesa per un paio di chilometri per rimanere senza fiato: ai nostri occhi si offre il globo terraqueo, con l'esteso mar di Liguria che nelle giornate terse si riesce a seguire con lo sguardo fino alle coste della Corsica. Ed in basso, a volo d'uccello, si ha una visione straordinaria dell'intera Genova, da ponente a levante, che da qui sembra addirittura un piccola città in una conca di fronte al mare. Lo spettacolo ci accompagna per gran parte della discesa, tanto che è opportuno fermarci per goderne appieno e proseguire poi senza staccare lo sguardo dalla strada, che è piuttosto tortuosa.

Quando giungo io a Genova, all'ora di pranzo, i turisti che approfittano della splendida giornata sono tanti, per cui decido di evitare di entrare in città e prendo la via Aurelia a ponente, in direzione Savona.
Arenzano, Varazze, Albissola Marina. Mi fermo per una straordinaria focaccia genovese (di cui non si trova uguale in nessuna parte del mondo) e appena entrato a Savona riprendo la via della montagna seguendo l'indicazione Passo del Sassello. Non mi sarebbe dispiaciuto togliermi gli stivali e appisolarmi un po' sulla spiaggia, ma la bolgia dei turisti non mi attira.
A Sassello riprendo di nuovo la provinciale per Urbe, chiudendo il cerchio con il bivio per il Faiallo. Questa volta rimango invece sulla strada principale, piacevolissima da guidare, fino ad incrociare a Rossiglione la statale del Passo del Turchino. Prendendo a sinistra si torna rapidamente a Ovada, completando un circuito di una notevole bellezza.

Post scriptum. Avrei dovuto accontentarmi di questo itinerario perfetto, invece come spesso succede la moto non mi basta mai, e decido di proseguire per la dolce strada che incrociando Gavi arriva ad Arquata Scrivia. La A7 mi offre di nuovo la possibilità di mettere fine ad una bella giornata, invece mi ostino a imboccare la Val Borbera (da Arquata si segue per il casello autostradale, ed invece di entrare in autostrada si prosegue sulla strada normale). Prendo la Val Borbera per il verso sbagliato (ogni strada ha un suo verso migliore, e quello della Val Borbera è in direzione opposta) con la convinzione che proseguendo verso levante arriverò presto o tardi in Val Trebbia. Incappo in interminabili curve senza uno straccio di indicazione stradale, e non molto prima del tramonto arrivo a Capannette di Pei in Val Boreca, a 1400 metri sul livello del mare. Mi aspettano ancora il Passo del Brallo, il Passo del Penice e infine la Val Trebbia nel buio della sera. Totale 508 km.